TUTTOMOLTOBELLO


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12 gennaio 2016, 10:05 pm
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1 ottobre 2015, 8:09 pm
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Caro Branca ti scrivo…

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Caro Marco, ti scrivo. E già questo dovrebbe bastarti, che almeno non ti insulto come 999 tifosi dell’Inter su 1000 fanno da anni. Ti scrivo perché di Inter ne ho vista tanta. Ero a San Siro quando segnavi a raffica con il 27 sulla maglia, ci siamo incrociati un paio di volte a Londra e Liverpool quando sei passato alla scrivania, ci sono oggi mentre tu stai togliendo le ultime foto dall’ufficio. Rescissione consensuale, hanno detto: in realtà ti hanno cacciato in malo modo. Di errori ne hai fatti eh. Se sei all’Inter, caro Marco, non puoi permetterti di prendere Forlan per poi scoprire che non può giocare in coppa. La tua sfida era Benitez: su Rafa hai insistito, ti sei imposto, ci hai messo la faccia e ti è andata male. E tutti gli affari con il Porto (Pereira!) qualche sospettino lo destano. Ho visto il video che impazza su Facebook, con la raffica di foto di giocatoracci inutili che hai accolto col sorriso ultimamente. Impietoso, direi. Sai cosa penso? Penso che tu paghi a carissimo prezzo la tua antipatia. E non dire di no, Marco. Fior di colleghi milanesi lo raccontano tutti i giorni: Branca è uno stronzo, non risponde al cellulare, mai una notizia, ma chi si crede. Ed è un peccato, perché sapersi vendere oggi più che mai è fondamentale. Basta poco: un aperitivo con qualche giornalista, un messaggino con qualche trattativa in anteprima, un po’ di moine alla D’Amico o al Varriale di turno. Vedi, anche Mancini e Mourinho sono antipatici, ma loro se lo possono permettere perché hanno crediti enormi per quello che hanno fatto sul campo e in panchina. E se tu fossi stato un po’ più paraculo, forse quel video su Facebook sarebbe stato diverso. Oltre a Zarate, Mudingayi, Schelotto e Rocchi, magari ci sarebbero stati anche Julio Cesar, Maicon e Cambiasso, il tuo colpo dei colpi. E Lucio, Sneijder, Figo, Samuel. E Ibrahimovic e Vieira. Magari qualcuno ricorderebbe che un conto è chiamare Moratti, chiedere 25 milioni e prendere Ibra soffiandolo a Galliani (!), altra cosa è dover vendere Eto’o per rimpiazzarlo con due lire. E invece in televisione, a dire come stanno le cose, ci va Oriali. Un grande uomo Inter, ci mancherebbe, ma di bidoni nell’armadio ne ha pure lui: Domoraud, Farinos, Jugovic, Cirillo, Peralta, Vivas, Gresko solo a memoria. Un dirigente arrivato all’Inter nel 1999 che ha imbroccato tanti errori prima di iniziare a vincere nel 2006. Tu, invece, sei stato responsabile dell’area tecnica dal 2003 e per iniziare a vincere hai impiegato solo tre anni. E il Triplete è di Oriali così come tuo. Eppure, tutti invocano il ritorno di Lele l’illuminato al posto di Branca il fulminato. Paghi per tutto e tutti, è chiaro. E fa parte del gioco: impallinarne uno per tranquillizzare tutti. Un gioco che, in qualsiasi ambito, a me non piace. Spero che l’Inter torni a vincere anche senza di te, ovviamente. Ma, come ha fatto Massimo Moratti, ti ringrazio per aver fatto parte di una Grande Inter che ha dominato in Italia, in Europa e nel Mondo. (Marco Vailati)



CLARENCE SEEDORF: L’ANIMA DI UN GUERRIERO IN MEZZO AI FISCHI
18 gennaio 2014, 11:18 am
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clarence seedorf

Molto entusiasmo. Questo lo spirito che ha animato i tifosi rossoneri alla notizia che il loro nuovo allenatore sarà Clarence Seedorf. Entusiasmo quindi, e con una squadra all’undicesimo posto in classifica con 30 reti al passivo dopo 19 giornate è già una notizia. La storia tra Seedorf e il Milan significa soprattutto dieci anni di vita (dal 2002 al 2012) e parecchi trofei: 2 scudetti, 1 coppa Italia, 2 Supercoppe Italiane, 2 Champions League, 2 Supercoppe Europee e 1 Coppa del mondo per Club condite da giocate e colpi di classe. E molti fischi.

“Mi sono stufato dei fischi nei miei confronti. Io sono sempre a disposizione e oggi ho giocato in un altro ruolo per aiutare la squadra. Dopo il gol con quel gesto verso il pubblico mi sono sfogato”. E’ il 22 febbraio 2009 e il Milan ha appena vinto di misura in casa contro il Cagliari. A spiegare il polemico gesto di stizza verso il pubblico fatto con mano all’orecchio è Clarence Seedorf. L’olandese ha segnato pure il gol vittoria per i suoi, però per lui i fischi di una parte di San Siro non sono mancati, come altre volte. “Il pubblico deve lasciare fuori dallo stadio le proprie sensazioni negative della vita. Allo stadio si deve supportare la squadra per 90 minuti, poi si può contestare se la prestazione è negativa, ma la squadra sta lottando in campionato e in Europa e non merita atteggiamenti negativi da parte del pubblico”. Parole da leader, insomma. “Uno a teatro non fischia durante lo spettacolo, dopo può fischiare. Poi io in campo faccio il mio lavoro, se sbaglio vado avanti. Non tutti hanno la mia personalità e il mio carattere, in tanti soffrono i fischi e questo danneggia il gioco della squadra”. Personaggio tosto “il Clarenzio”, ma questo lo sanno in molti ed infatti è uno dei principali motivi per i quali è sbarcato a Milano interrompendo la sua avventura brasiliana col Botafogo, dando l’addio al calcio giocato dopo 22 anni sul campo. Ma il punto è: perché quei fischi? Facile rispondere attribuendo il tutto alla grande esigenza verso la squadra che da sempre ha il pubblico di San Siro. Le critiche però che sono state mosse a Seedorf durante i suoi lunghi anni di militanza rossonera hanno avuto dell’incredibile. Il minimo errore difficilmente gli veniva scontato. “Spesso era un po’ lezioso e quando non era in giornata perdeva molti palloni. Lì il pubblico rumoreggiava”, ci spiega un tifoso. “Il fatto è che negli ultimi anni spesso rallentava il gioco ed era un po’ macchinoso. Questo portava il pubblico a beccarlo” ci spiega un altro tifoso. Parlando dei fischi riservati all’olandese, nel 2010 il sito www.milannews.it riportava:  “il trequartista rossonero, purtroppo, ci mette sempre del suo, scatenando l’ira dei tifosi con palloni persi in malo modo e invenzioni spesso superficiali”. Insomma un rapporto di amore spesso conflittuale quello tra “ il Clarenzio” e il pubblico milanista. E’ noto però che l’olandese di carattere ne abbia da vendere, dimostrandolo in modo costante e da vero guerriero. Questa la sua risposta dopo un ennesimo piatto di fischi riservatogli dai suoi tifosi dopo una partita casalinga contro l’Udinese, nel 2011: “la reazione da parte dei tifosi mi ha dato la forza per continuare a fare ciò che ho sempre fatto e mi stimola ad allenarmi con sempre più impegno perché quest’anno voglio, come tutta la squadra, conquistare qualcosa di importante”. Dopo cinque mesi il Milan vinse lo scudetto. Sarà molto improbabile che ricapiti quest’anno, ma forse di questa sana cattiveria e scorza tosta questo Milan, sempre più giù di morale e di punti, ne ha un profondo bisogno. (Alberto Lucchini)



“Sì, in effetti è una situazione piuttosto antipatica”
15 novembre 2013, 2:52 pm
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moratti presidente


Avevo 11 anni, prima media, e avevo la febbre. Allettato, tra zigulì e sciroppi vari, mio padre entrò in camera con un sorriso raggiante e la Gazzetta dello Sport che annunciava Massimo Moratti nuovo presidente dell’Inter. Lui, mio padre, mi parlava sempre di Angelo Moratti e, con gli occhi lucidi, ogni volta mi raccontava le gesta di Sarti-Burgnich-Facchetti-Bedin-Guarneri-Picchi-Jair-Mazzola-Peirò-Suarez-Corso. E dire che un paio di anni prima Ernesto Pellegrini fa sognare tutti con Dennis Bergkamp: dopo il secondo posto nel ’93, quell’acquisto sembra certificare un salto di qualità che invece si trasforma in disastro con una quasi retrocessione, nonostante la seconda Uefa. Massimo Moratti parla subito di Eric Cantona e Roberto Baggio: arrivano Ganz e Benny Carbone, ma l’entusiasmo va a mille. Paul Ince, Roberto Carlos, Zanetti, Caio, Rambert, Pistone, Branca… alti e bassi, insieme a Roy Hodgson e a una Coppa Uefa sfuggita ai rigori con lo Shalke 04. E Moratti decide che era il momento di volare alto: Ronaldo. Ronaldo. Già, bisogna ripeterlo e ripeterlo, quel nome. Ronaldo. Moratti vola a Barcellona, chiede quanto costa, torna con Ronaldo. Così andò. Roba forte, fortissima. Ma nella Juve c’è Iuliano. E, si sa, con Iuliano in area di rigore c’è poco da fare anche per Ronaldo. Poi i 4 allenatori, Lippi horror, Poborsky, Ronaldo che se ne va dopo infinite carezze. E’ triste, Massimo Moratti. Capisce improvvisamente che la vita è difficile. Per fortuna che c’è Recoba a farlo sognare ancora. Roberto Mancini segna il primo grande Moratti 2. Il Mancio studia da manager all’inglese e, tra pregi e difetti, costruisce un’Inter che sa farsi rispettare. Sotto tutti i punti di vista. Calciopoli, non ce ne voglia Iuliano, ci racconta che qualcosa non andava. Senza Calciopoli Moratti non avrebbe mai iniziato a vincere? Forse. Ma, altrettanto forse, senza Calciopoli, Moratti avrebbe iniziato a vincere prima. Ancora più di Ronaldo, il grande colpo morattiano si chiama José Mourinho e non è scontato: “Il solito pirla del presidente manda via un allenatore che ha appena vinto lo scudetto”, dicono in tanti nell’estate del 2008. Da lì è storia freschissima. Il 23 maggio 2010, probabilmente, Moratti pensa alle montagne di quattrini sperperati per arrivare al “Triplete”. C’è una crisi economica globale, c’è una Saras che non può più fare regali. E 9 mesi dopo, sul 5-2 per lo Shalke 04 a San Siro ai quarti di Champion’s, dal secondo anello volano i cuscinetti. I tifosi. Quelli che quando Moratti spende di qua e di là è un pirla e quando Moratti non spende più è sempre più pirla. Di cazzate, ci mancherebbe, ne ha fatte tante quante sono le sigarette che si accende torvo ogni volta che a San Siro segnano i Caracciolo e gli Acquafresca di turno. Ma, diciamocelo: avercene. Tanto il lunedì mattina sotto gli uffici Saras i giornalisti continueranno a stuzzicare lui. E quando il giorno prima avranno negato un rigore clamoroso all’Inter, Moratti ci ricorderà sempre che “sì, in effetti è una situazione piuttosto antipatica”. (Marco Vailati)



Carlos Tevez, un gol al Verona e una città nascosta
25 settembre 2013, 9:59 am
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tevez ciudad oculta tutto molto bello

Ci sono cose a cui non pensi, durante un complicato match di campionato con il Verona. Quando l’umore è plumbeo, perché dopo mezz’ora interamente trascorsa nella tre quarti avversaria la tua squadra ha preso un gol maldestro su calcio da fermo, e in un momento si passa dalla prospettiva della goleada a quella di un pomeriggio di sofferenza. E tantomeno ti verrebbero in mente quando un formidabile attaccante sistema rapidamente le cose con una giocata da manuale.

Eppure Carlos Tevez, nuovo numero 10 della Juventus, ha utilizzato l’occasione della sua prodezza contro il Verona per farci conoscere un luogo decisamente meno fortunato di quello in cui ci è capitato di nascere e di vivere. Fatto il suo dovere di fuoriclasse, ha alzato la maglietta da gioco e ne ha rivelata un’ altra, che recava la scritta “Ciudad Oculta“. Proprio come qualche giorno fa contro la Lazio, quando aveva dedicato la sua prima rete allo Juventus Stadium al suo quartiere natale di Buenos Aires, quel “Fuerte Apache” a cui deve il suo famoso soprannome. Naturale che la stampa si scatenasse alla ricerca del significato di quella dedica. Anche a noi è venuta questa curiosità, e abbiamo fatto una piccola ricerca sul web: ci siamo imbattuti in una realtà da pugno nello stomaco.

Carlos Tevez ha dedicato il gol alla Villa 15 di Buenos Aires, chiamata “Ciudad Oculta”, secondo l’interpretazione più accreditata (l’altra la trovate qui su Wikipedia), per la decisione del Governo militare di costruire un muro per nasconderne la vista ai turisti e ai giornalisti che si trovavano in città per i Mondiali di calcio del 1978. Nella nostra breve ricerca abbiamo trovano immagini e informazioni che raccontano di una realtà complicatissima, di povertà estrema. Un degrado ben rappresentato dall'”Elefante blanco”, un gigantesco edificio che doveva ospitare il più grande ospedale dell’America Latina: le foto facilmente reperibili sul web raccontano di cosa ne è rimasto. Un luogo simbolo, al quale nel 2012 è stato anche dedicato questo film. Una realtà che andava rimossa, nascosta agli occhi della stampa e del mondo. E’ un’ idea, quella che esistano persone che non debbano nemmeno essere viste, che fa a pugni con la dignità umana e che fa venire i brividi. Ma tant’è.

Tevez ha deciso di utilizzare il suo status di star del calcio mondiale per ricordare in mondovisione quel luogo sfortunato, come se volesse offrire a quelle persone l’opportunità di un piccolo ma significativo riscatto. Non è la prima volta e non sarà l’ultima che il numero 10 bianconero ricorda il suo forte legame con i luoghi in cui è cresciuto: si può dire che sia una costante della sua carriera, non solo calcistica. Lui di essere un “Pibe del Barrio” non ha mai fatto mistero, e anzi ne ha anche cantato: “Los Pibes del Barrio”, infatti, è il titolo di un disco della sua band musicale, i Piola Vago. Certo, le dediche del dieci bianconero non cambieranno il mondo: ma sono gesti significativi, soprattutto se provengono da un mondo così lontano da situazioni del genere. Ai tifosi bianconeri la consapevolezza di avere acquistato un grande attaccante, ma anche un personaggio non banale.  (Giacomo Galazzo)

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Aspettando Bale, è una Serie A 2013/2014 da brividi!

Gareth Bale Inter


Mancano pochi giorni alla chiusura della finestra estiva di calciomercato ma, direbbe qualcuno, il bello deve ancora venire. Di colpi a effetto, a dire il vero, ne sono già stati messi a segno, ma come sempre i nodi delle trattative più complicate si sciolgono quando a fine agosto il tempo stringe. Parliamo ovviamente di Gareth Bale, il sogno che Massimo Moratti vuole coronare per rilanciare i nerazzurri. Gli inserimenti nelle ultime ore di Real Madrid e Manchester United non sembrano impensierire più di tanto Moratti e soprattutto l’esterno mancino del Tottenham ha fatto capire a chiare lettere di volere fortemente l’Inter. Gigantesche le cifre dell’affare con gli Spurs che continuano a chiedere non meno di 120 milioni e Moratti che è arrivato ad offrirne 80 più i cartellini di Xabi Alonso e Nagatomo: la sensazione è che si chiuderà nel giro di un paio di giorni e per Bale è pronto un quadriennale da 11 milioni netti annui. Con il mancino gallese, Marek Hamsik e Paulinho i nerazzurri vogliono tornare a prendersi quello scudetto che manca dal 2010, ma dall’altra parte del Naviglio non si scherza. Se ad Appiano Gentile è tornato a dare ordini José Mourinho, a Milanello Pep Guardiola sembra già di casa e il calcio italiano pregusta derby della Madonnina infuocati tra due tecnici che non si sono mai amati. Puyol, dall’alto dei suoi 35 anni, probabilmente servirà più che altro come uomo di fiducia di Guardiola, ma David Silva, Javi Martinez e Cesc Fabregas, insieme al confermatissimo Thiago Silva, sono i pilastri sui quali l’allenatore spagnolo costruirà quel progetto Milan delle meraviglie tanto agognato da Silvio Berlusconi. Resta da capire se Stephan El Shaarawy rimarrà in rossonero dopo le ultime due stagioni condite da pochi gol e qualche capriccio di troppo: se il Faraone dovesse partire, in pole position per affiancare Balotelli c’è Fernando Torres, un altro spagnolo doc. Squadra che vince non si cambia è invece la parola d’ordine in casa Juve. Antonio Conte non ha voluto smembrare il gruppo che ha portato a Torino gli ultimi due scudetti, ma ha preteso quegli innesti fondamentali soprattutto per arrivare in fondo in Europa. Jovetic e David Luiz sono due novità di assoluto valore e se arrivasse anche uno tra Lewandowsky e Vidic i bianconeri entrerebbero di diritto nel novero delle favorite per la Champions League. Se Milano e Torino fanno sul serio, Roma e Napoli non stanno certo a guardare. De Laurentis non ha potuto dire di no ai 45 milioni di Moratti per Hamsik, ma Cavani è rimasto al centro dell’attacco e con Higuain e Fernando al San Paolo si promettono scintille: Rafa Benitez, incontentabile, vorrebbe anche Van Persie per un attacco letteralmente stellare, più probabile che arrivi Ibrahimovic che dopo un anno a Parigi ha tanta voglia di riabbracciare il calcio italiano. Il derby di Milano, dicevamo, sarà infuocato ma quello di Roma potrebbe non essere da meno. I biancoecelesti dopo la vittoria in Europa League dell’anno scorso ripartono da Hernanes a cui Lotito ha affiancato elementi di sicuro valore come Oscar, Willian, acquistati rispettivamente da Chelsea e Shakhtar Donetsk, e soprattutto Radamel Falcao, l’attaccante forse più forte d’Europa, mentre i giallorossi, anch’essi in corsa per Ibra, si leccano già i baffi aspettando i dribbling di Robben, colpaccio da dieci e lode, e le geometrie di Verratti, che anche quest’anno ha declinato le proposte principesche del Paris Saint Germain per continuare la sua avventura nella capitale. Nota di merito anche per la Fiorentina che, partito Jovetic, ha portato sull’Arno l’ex Udinese e blaugrana Alexis Sanchez e si è rinforzata in difesa con il roccioso Hummels: i viola quest’anno possono dare fastidio insieme al Parma che ha acquistato il gioiellino francese Eden Hazard. (Marco Vailati)